Anja Trevisan – Effequ
“Finalmente i suoi occhi scendono, e a ogni centimetro che percorrono verso di lei sembrano rallentare. Anche i rumori si abbassano insieme alle sue pupille, e il tempo si dilata nel momento in cui Rino, guardando dentro il passeggino, vece che la piccola sta guardando lui.”
Definire Ada brucia la storia di un amore (per quanto minuscolo) probabilmente ha fatto e farà torcere il naso a molti: impossibile accettare e forse capire un amore tra un uomo di venticinque anni e una bimba di pochi mesi. Impossibile accettare un amore tra un rapitore e l’”oggetto” rapito. Impossibile accettare un amore fatto di prigionia, di un mondo costruito su bugie e favole, su piccole abitudini, dove tutto si deve incastrare per evitare ad Ada di chiedersi cosa c’è oltre la porta di casa, o comunque per escludere il desiderio di voler uscire da quella porta.
“Si guarda intorno e chiude a chiave, scende i tre scalini della veranda e sente il fango schiacciarsi sotto le suole, poi guarda in basso: guarda le cose che non hanno potuto fare, i posti in cui non ha potuto portarla.”
Eppure Anja Trevisan riesce a farti vedere la possibilità di quell’amore, a non farti odiare del tutto Rino (il rapitore), riesce a farti “capire” (non giustificare ovviamente) il suo punto di vista, a farti leggere la storia anche con lo sguardo di lui (non solo, ma anche), riesce a farti accettare che per lui quello possa essere amore.
“… vorrebbe chiederle scusa, dirle che lo ha fatto per loro, che solo in quel modo potevano stare insieme. Che se il loro non è amore, allora l’amore non esiste.”
Quella tra Rino e Ada è una storia d’amore, solo se l’amore è inteso come dipendenza. Ed è un amore che può vivere solo lì dove è stato creato dove Rino diventa Bapu e Ada non è più Beatrice, dove i giorni vengono cancellati con una X sul calendario e dove quello che succede fuori, dove tutto può bruciare, scottare, uccidere, rimane fuori. Ma la storia di Rino e Ada è, ovviamente, una storia impossibile e, forse, nemmeno una storia, ma un qualcosa che non avrebbe dovuto essere.
“Perché la ama. E Ada ama lui. Ma la verità è che la loro vita era là dentro, nella casa che ha venduto e che tra poco verrà distrutta, non qui fuori. Non in un appartamento in città in mezzo alla gente. Non in un mondo e in un tempo normale.”
Anja Trevisan ti sorprende con questa storia da cronaca nera, questa storia dolorosa, ma ti sorprende soprattutto quando ti rendi conto che la parte in cui tu lettore soffri di più (o almeno a me è successo così) è quella in cui soffre di più Ada. E non è il rapimento (troppo piccola per rendersene conto), non è la segregazione, né il dover guardare un piccolo angolo di mondo dalla finestra
“Gli insetti volavano come impazziti e lei provava a contarli. Immaginava fossero come le fate che vedeva nei disegni dentro ai libri: corpi esili, alti poco più di un dito, con ali di libellule e bacchette magiche. Durante quei pensieri Rino le aveva chiesto che cosa stesse facendo, lei non aveva risposto, gli aveva solo detto: quando imparo a volare farò così, e aveva indicato un’ape che era andata dritta verso il sole.”
è il dopo, la vita senza Bapu.
Anja Trevisan è giovanissima e lo era ancora di più quando ha scritto Ada brucia, Anja Trevisan è una scrittrice che è stata coraggiosa nello scegliere di affrontare un argomento come questo (e in questo modo) nella sua opera prima, Anja Trevisan riesce a farti provare empatia per Rino, a farti mettere in secondo piano il suo essere un pedofilo (certo non lo dimentichi, come potresti?, certo ti disturba, ma riesci a sentire la sua sofferenza e la sua impossibilità ad agire in modo diverso – perché lui è questo, sbagliato, malato, ma questo – provi pena per lui, più che disgusto), Anja Trevisan è bravissima.
“Ma quello che si chiese quel giorno lo fece stare male. Lui odiava la pioggia, ma l’aveva conosciuta. Ada non aveva mai provato la sensazione di toccare l’erba con i piedi, con le mani, di cogliere un fiore, di sedersi su prato a respirare soltanto. Lei non sapeva com’era. Gli si era accapponata la pelle. Glielo aveva detto, quel giorno
«Sai, Ada» le si era inginocchiato vicino, «in fondo è bello, se la pioggia ti viene addosso».
«Cosa?»
Lei non aveva capito e lui aveva deciso che non poteva privarla di questo. Che il sole arriva anche indirettamente, filtra dalle finestre e se ti metti nelle zone di luce, anche in casa, ti scaldi. Ma la pioggia no, la pioggia se sei al coperto non ti bagna il viso e i capelli, non ti fa arrossire le guance.”
Ad brucia è il trentatreesimo Libro Vagabondo, la proposta di Libreria Periferica di Albinia (GR)

