Elizabeth Asbrink – Iperborea – traduzione Alessandra Scali
“All’inizio avevo pensato di intitolare questo libro semplicemente Solitudine. È un romanzo, e quindi tutto ciò che racconta è vero. Ma potremmo anche definirlo una saga famigliare, un romanzo-verità, o molto semplicemente un libro. Il mio scopo era dare una volta per tutte un nome all’ombra che mi ha seguito per una vita intera. Volevo definirla, volevo capire, e piano piano mi sono resa conto che la solitudine non era la malattia ma piuttosto un sintomo, un effetto e una conseguenza, e che quindi dovevo trovare un altro titolo.”
È per indagare quella malattia, quel senso di non appartenenza che da sempre ha accompagnato la sua vita, che Åsbrink deve indagare la sua famiglia: sua nonna prima, sua madre dopo, due solitudine diverse. E un nonno dal quale quelle solitudini, forse, sono partite: Vidal, un ebreo costretto alla fuga da Salonicco, come nel 1492 i suoi avi erano stati costretti alla fuga dalla Spagna
“Vidal Coenca quindi non era a Salonicco l’11 luglio del 1942. Se si fosse trovato in città i nazisti lo avrebbero condotto in piazza della Libertà, per poi costringerlo a rimanere in piedi per ore nella canicola. Altri uomini con lo stesso cognome, altri Coenca, si trovavano nella piazza quel sabato di luglio, grondanti di sangue, le teste spaccate dal calcio dei fucili.”
Vidal che un giorno per puro caso, in una sala da ballo lui che non ama ballare, incontra Rita, una tedesca immigrata a Londra, e i due si innamorano all’istante
“Nessuno dei due amava ballare, eppure eccoli là, in una sala da ballo. La sua pelle aveva una sfumatura olivastra. Le disse che il suo nome si scriveva con la d, ma gli inglesi la prendevano sempre per una t. Rita gli disse che il suo si scriveva con la t, ma gli inglesi lo dicevano con la d. Risero insieme per la prima volta”
da quell’amore nascerà Sally (e anche una seconda figlia), ma non un matrimonio: lei è cristiana, lui è ebreo. Il matrimonio arriverà più tardi negli anni, quando forse sarà troppo tardi, quando la solitudine in Rita sarà troppo radicata. Quando ormai Sally se ne sarà andata in Svezia odiando il padre che le ha lasciato un fardello troppo pesante, un fardello che non riesce più a portare.
“Sally aveva sette anni e capiva ciò che vedeva. Anche lei era costretta a muoversi con cautela e prendere scorciatoie se incappavano in una parata di fascisti. Imparò a mostrasi impassibile, ma la calma era una menzogna, e sotto la menzogna c’era la consapevolezza che quegli uomini che marciavano volevano farle del male. Anche se la domenica andava in chiesa con sua madre, anche se l’unica vita che conosceva era la sua vita con il clan dei Bliss – e lei era una di loro, il vero centro del clan – le parole yid e yew brillavano come lame. Erano dirette a Sally, e – ancora una volta – era tutta colpa di suo padre.”
Sally si porta dietro una solitudine che nasconde dietro a grandi sorrisi, ma che alla lunga verrà fuori: quando il marito – un ebreo ungherese – se ne andrà, lasciandola sola con Katherine (K) e trasformando K in una madre per sua madre, in una donna che deve distinguere le parole Innocue da quelle Pericolose, perché da quel momento la parola Ebreo non potrà più essere nominata.
“Fa collezione di parole. Nella testa ha due depositi, uno per le Parole Innocue, e l’altro, di conseguenza, per quelle Pericolose. […] Due depositi, quindi. E una cassaforte. È lì che conserva il non–pensabile, dietro metaforici strati di metallo antiproiettile: un’unica parola. Usare la parola impensabile è come precipitare nell’ombra senza fondo di un dirupo castigliano, o essere arsi vivi. È un pericolo mortale.”
Il romanzo si divide in tre parti: Nella prima siamo a Londra e abbiamo come protagonista Rita si parte e si arriva al 1949, l’anno del matrimonio con Vidal, ma ha nel centro la storia della loro relazione, la storia di Rita, i primi anni di Sally. Nella seconda ci spostiamo in Svezia, dove incontriamo K, Katherine (ovvero la scrittrice) e il suo rapporto con la madre Sally, siamo nel 1976. Nell’ultima parte (la parte più giornalistica, quasi un reportage storico) andiamo con K a Salonicco per trovare le origini di quel nonno dal quale tutta la solitudine è partita, per indagare fino in fondo il senso di oblio e di non appartenenza della scrittrice e per scoprire, forse, un’altra solitudine, un’altra non appartenenza
“Il nonno di Katherine non era né turco, né greco, né tantomeno inglese, non trovava la sua collocazione da nessuna parte. E nemmeno poteva provare la sua identità. In mano aveva soltanto un certificato di nascita del vecchio Impero ottomano, ma il nuovo governo si rifiutava di riconoscerlo come cittadino turco, e i greci non lo consideravano greco. Si trovava in una terra di nessuno, e gli inglesi non sapevano che fare di lui.”
Un libro che consiglio a chi ha voglia di una storia dove la Storia sia sfondo e protagonista, a chi ama le storie che si allargano nelle generazioni. A chi ha voglia di farsi un viaggio nello spazio e nel tempo e a chi, come me, si sente sempre un poco non appartenente ad alcun luogo.

