Leonardo Sciascia – Adelphi
“Viveva tranquillo, insomma. E forse questa era la sola ragione che aveva suscitato la lettera anonima: un uomo così tranquillo, ad uno che vivesse di ozio e di malizia, metteva la voglia di inquietarlo, di spaventarlo.”
Il postino recapita una lettera anonima al farmacista. Una lettera che contiene una minaccia
“Questa lettera è una condanna a morte, per quello che hai fatto morirai”
Ma Manno, il farmacista è un uomo tranquillo, un uomo che sa di non aver fatto nulla. Fedele alla moglie e rispettato dalla comunità. Quindi quella lettera non può che essere uno scherzo di cattivo gusto. O almeno questo è il suo pensiero e lo è anche di coloro che vengono a conoscenza della lettera.
Ma poi il farmacista Manno va a caccia con il dottor Roscio e da quella battuta nessuno dei due tornerà a casa. Uno finirà con un proiettile nella schiena, l’altro con un proiettile nel petto.
E da quel momento tutto assumerà una venatura diversa e lo stesso “impeccabile” farmacista verrà visto come un uomo che, in fondo, aveva le sue ombre, i suoi misteri, i suoi peccati.
“La signora Teresa Spanò vedova Manno, che aveva tirato fuori tutte le fotografie del farmacista per scegliere quella da far riprodurre in smalto, da incastonare nella tomba, vedeva su ognuna il bello e placido volto del marito animarsi al labbro di un ghigno appena percettibile e agli occhi di una luce fredda e derisoria. La metamorfosi del farmacista veniva così realizzandosi anche sotto il tetto in cui per quindici anni era vissuto da marito fedele, da padre esemplare.”
Sciascia ci racconta una storia dove non sempre le cose sono quelle che sembrano. Ci regala un giallo dove a indagare è un professore che si accorge di un dettaglio ignorato dagli inquirenti,
“… e che si fossero messi a esaminare la lettera nel senso da lui suggerito, e che una volta esaminata riconoscessero l’importanza dell’indizio: e in ciò giuocava anche una certa vanità, quasi che ad altri non fosse dato di penetrare in un così evidente segreto o in una così segreta evidenza; cui appunto bisognava, per la contraddizione che conteneva, una mente libera e pronta.”
Il professore Laurana che inizia a fare domande, a inciampare in quel “caso” che può essere rilevatore
“Che un delitto si offra agli inquirenti come un quadro i cui elementi materiali e, per così dire, stilistici consentano, se sottilmente reperiti e analizzati, una sicura attribuzione, è corollario di tutti quei romanzi polizieschi cui buona parte dell’umanità si abbevera. Nella realtà le cose stanno però diversamente: e i coefficienti dell’impunità e dell’errore sono alti non perché (o non soltanto, o non sempre) è basso l’intelletto degli inquirenti, ma perché gli elementi che un delitto offre sono di solito assolutamente insufficienti. […]
Gli elementi che portano a risolvere i delitti che si presentano con carattere di mistero o di gratuità sono la confidenza diciamo professionale, la delazione anonima, il caso. E un po’, soltanto un po’, l’acutezza degli inquirenti. “
e a rincorrere le piste come ogni buon detective sa e deve fare. Ma, ovviamente, qua mi fermo.
Sciascia con una scrittura perfetta (ma ve lo devo dire io?) ci conduce all’interno della sua Sicilia, ci regala dialoghi capaci di ingannare, di manipolare appunto, ma anche di toccare sfumature ironiche.
A ciascuno il suo, se non fosse per l’ambientazione e per alcuni dettagli tipicamente italiani,
“Saliva le scale del palazzo di giustizia, dunque, masochisticamente svolgendo quelle apprensioni che sono tipiche dell’italiano che sta per entrare nel labirinto di un ufficio pubblico”
avrebbe il tocco di un romanzo duro di Simenon. Di certo ha la medesima capacità di farci vedere l’animo umano, di sorprenderci e di lasciarci addosso un tocco noir.

