Gli innocenti

Burhan Sönmez – Nottetempo – traduzione Nicola Verderame

“Haco e Kewe si presero cura l’uno dell’altra come gli uccelli che conoscono il valore dei chicchi rimasti sul fondo dell’aia. La vita era una fiume che scorreva in silenzio. I due anziani si svegliavano assieme la mattina, e insieme coltivavano il loro piccolo orto. Il cielo oggi c’era, domani no. Quando si ammalavano, sulla fronte dell’altro che bruciava di febbre soffiavano anche la propria anima, e quando non riuscivano a dormire restavano a fissare il buio insieme. Un essere umano è il miglior rifugio per l’altro. Seduti sotto il melo raccontarono a mia madre bambina delle fiabe d’amore e di fate.”


Ci sono passaggi dei romanzi di Burhan Sönmez che penso sarei in grado di riconoscere anche senza leggere il nome dell’autore sulla copertina. Passaggi che contengono la morbidezza del suo modo di scrivere, anzi di narrare, perché con questo autore il verbo giusto è questo: narrare.
Passaggi che ti riportano a un tempo lontano, dove le storie venivano tramandate, dove si attendeva il viandante per poterlo ascoltare. Dove la radio regalava eroi
 

“… quando uscivo in paese, come in preda a un sortilegio, riferivo ai bambini che si radunavano attorno a me le storie della radio. Ero un viaggiatore venuto da terre lontane, uno straniero che nessuno conosceva. I bambini che mi ascoltavano giuravano, decisi quanto gli orfani stanche di quella vita, di andarsene lontano tutti insieme. Eravamo fiori di uno stesso ramo, quindi anch’io mi adeguavo al loro giuramento.
Cominciai allora a tenere a mente ogni parola che sentivo e a raccontare agli altri le storie che avevo imparato.”
 

Dove la fotografia aveva bisogno del tempo dell’attesa
 

“Il Tataro spiegò che da due anni girovagava nella piana da un paese all’altro scattando fotografie per pochi soldi, e che ora stava andando a consegnare ai clienti le foto scattate l’estate prima.”
 

Del tempo lento del villaggio, della piccola comunità che attende il ritorno di chi da lei si è allontanato
 

“La mia infanzia era il mio paese: più crescevo, più me ne allontanavo, e più me ne allontanavo, più lei cresceva dentro di me.”
 

Ma la narrazione di Sönmez ne Gli innocenti, avviene (semplificando) su due piani temporali.

Il presente dove Brani Tawo (l’alter ego dello stesso Sönmez) è in esilio a Cambridge; ha dovuto lasciare la sua Turchia per ragioni politiche e alla sua terra non può più fare ritorno. Lo incontriamo mentre, in un negozio di antiquario, cerca una vecchia macchina fotografica e conosce Feruzeh, anche lei esule, ma iraniana. Tra di loro scatta una sintonia, un’armonia forse: si riconoscono, entrambi lontani dalle loro origini, entrambi con un animo poetico e un interesse per la poesia e per le storie.

“Il desiderio di narrare era un segno del mio affetto. Era facile trovare le storie, ma io mi preoccupavo delle parole con cui raccontarle.”

Il passato è la storia della famiglia del protagonista ed è Haymana, un villaggio in Anatolia. È la storia di nonna Kewe, che parla agli uccelli sotto a un melo e che, vittima di una sorta di maledizione, ha una vita circondata da lutti; di quel melo e di una mela divisa in due per rispondere a una domanda di matrimonio; della vendetta di un uomo e di un altro uomo che per colpa del destino non incontrerà mai quella donna della quale si ritrova a pronunciare il nome; è la storia della donna con il volto di artiglio e della sua fuga con due figlie in grembo. E del fotografo Tataro che viaggia fotografando volti, e che, a sua volta, sta cercando qualcuno. È una storia che parla di specchi, di fotografie ovviamente, di cimiteri, di ballate e di Storia anche. Una storia che di storia ne contiene tante e che al lettore un poco fa perdere anche il filo, ma va benissimo così. Perché poco importa, perché ciò che conta è la magia della narrazione di Sönmez.

“Da bambino, quando toccavo la terra e il frumento sentivo di esistere. Il nostro paese metteva radici nel tempo grazie alla terra e al grano. La storia di una persona, a differenza di quanto si credeva in città, non aveva inizio con il proprio antenato più vecchio.”

Gli innocenti alterna capitoli del passato con capitoli del presente e lo fa con due stili narrativi differenti: perché se il passato ha la densità di una narrazione ricca e intrigata, il presente ha la semplicità di un tono essenziale, a tratti minimalista.

Quasi l’autore voglia mettere in evidenza il distacco tra il calore della terra d’origine e il luogo dell’esilio dove un po’ di quel calore manca.

E poi c’è l’amore: l’amore che ha la capacità di attendere (nel passato) e l’amore che ha premura di ritrovare (nel presente). Quasi a voler abbinare un tempo al ritmo lento del villaggio e l’altro a quello della città

“Si disse che la città significava andare lontano, mentre in paese era la lontananza a venire da te”

Un tempo dei vivi a quello dei morti.

“La morte non è il contrario della vita, ma il suo specchio.”


A mio avviso qualcosa cigola nel capitolo finale, ma poco importa, tanto io i finali dei libri li dimentico sempre!
Scherzi a parte, se lo avete letto o se lo leggerete fatemi sapere cosa ne pensate dell’ultimo capitolo, e magari anche quale potrebbe essere il vostro “libro dei segreti”.