Il poeta ingegnere

Lo avevo già incontrato, ma non l’ho riconosciuto subito.


Si è seduto sulla panchina accanto alla mia e ha iniziato a chiacchierare con il tono garbato di un uomo anziano del Sud. Non ricordo le sue prime parole, ma so che ha un certo punto ha detto che non sa parlare dell’amore, perché per lui l’amore è rimasto quello degli anni Sessanta.


Ora non si dice più Ti amo, ha aggiunto, ora si dice Ti uso. Ora non esiste più il Per sempre.


Io ho risposto che, in fondo, nulla è per sempre. Che, in fondo, lo sappiamo molto bene.

Ed è qua che l’ho riconosciuto, quanto ha detto di essere un poeta, un ingegnere poeta, e che un poeta può solo raccontare l’amore eterno.

Lo avevo incontrato diversi anni fa e poi rivisto in un’altra occasione, avevo anche scritto un racconto su di lui, sul nostro primo momento e sulle sue parole. Quella volte era appena passata l’alba e lui mi aveva parlato di Ulisse, mi aveva parlato della differenza tra prosa e poesia.

Mi aveva soprannominata la Musa del vento, ma probabilmente non lo aveva fatto solo con me.


In quel mio racconto lui non ha nome, io mi sono data il nome di Arianna, chissà perché.

Ieri, su quella panchina, mi ha parlato della stupidità degli uomini, mi ha detto che la vita lo sta annoiando, che non trova più nulla che lo appassioni, che lo meravigli.

Poi come quel giorno lontano, mi ha chiesto dove abito e un indirizzo per potermi mandarmi una poesia,

io gli ho risposto come la volta precedente: se il caso lo vorrà ci incontreremo ancora.


Lui ha replicato che un poeta non crede al caso, che questa mia risposta l’ha già sentita tante volte e sa cosa vuol dire.

Non ho detto che anche la volta scorsa gli avevo risposto così, e che lui mi aveva accusato di uccidere la poesia. Non gli ho detto che ci eravamo già incontrati