150 acri

Melissa Moustakis – Atlantide – traduzione Ilaria Oddenino e Marco Bianco

“Ci sono un sacco di uomini in Alaska, i volti segnati dalla fatica, e il primo che le piacerà, se avrà qualche prospettiva e voglia di impegnarsi abbastanza a lungo da pensare a un matrimonio, Marie crede che se lo prenderà.”
[…]
“La prima donna che gli sembri in grado di resistere a un inverno nella casa di legno. Lawrence le chiederà si sposarlo.”


Lawrence e Marie si scelgono una sera al Moose Lodge, ad Anchorage in Alaska. Siamo nel 1956 e l’Alaska non è ancora uno stato, ma solo un territorio degli Stati Uniti.
Marie ha meno di vent’anni e arriva, o forse fugge, dal Texas e ha raggiunto la sorella e il cognato che in Alaska vivono già. Lawrence di anni ne ha ventisette, è arrivato dal Minnesota e si è insidiato su un pezzo di terra che diventerà suo solo se da quella terra riuscirà a portare a casa un raccolto.



“È su questi acri, a Point MacKenzie, nel territorio dell’Alaska, che intende stabilire il suo insediamento.”



tra di loro uno sguardo e uno scambio di biglietti: su quello di lui c’è scritto solo 150 acri.
Marie e Lawrence dopo un mese saranno marito e moglie.

Inizia così la storia che Melinda Moustakis ci racconta nel suo 150 acri. Ma, come quasi ogni storia, inizia prima. Inizia con quel passato che i due protagonisti si portano addosso, un passato che in entrambi ha lasciato cicatrici. Lawrence ha quelle di un reduce di guerra



«Che cosa è successo durante la guerra?», gli chiede, dopo, tra il torpore e i sospiri, certa che risponderà. «Non hai nessuna cicatrice». Le dita di Marie sulla pelle.
«Niente che valga la pena raccontare».
«Non è possibile», dice lei.
«Vuoi parlare?». E le bacia le labbra finché non dimentica.



con un segreto e un senso di colpa che non vuole raccontare.

Marie ha cicatrici fatte di abbandoni, di una madre assente e del dover essere cresciuta in fretta.

Lawrence e Marie dovranno imparare a conoscersi, a comunicare, a convivere con le conseguenze di una scelta fatta senza darsi il tempo di riflettere. Dovranno capirsi, nonostante il loro essere così diversi



“Vivere quassù insieme ogni giorno, l’uno accanto all’altra. Come faranno i giorni a trasformarsi in anni?”

 

Dovranno imparare a vivere lontano da molto, in mezzo a una natura pericolosa e ostica. Alla solitudine e la lotta con il terreno, con gli animali, con una natura che può essere sfidante. Dovranno affrontare i dolori che la vita non risparmia.
E davanti a loro un obiettivo: diventare famiglia, far germogliare quel terreno, diventarne proprietari


“Aveva trovato l’appezzamento e aveva ottenuto il diritto a sfruttarlo. Aveva abbattuto gli alberi. Disboscato gli acri. Costruito la casa. […] Ma con una moglie un uomo si dimezza, con un figlio si dimezza una secondo volta […] e presto cosa sarebbe rimasto di lui, di quel che era quando aveva rivendicato quel pezzo di terra, l’inchiostro nero asciutto e irrevocabile, la proprietà ormai in pugno, il lago che lo aveva condotto fin lì, e non può perdere di vista il cammino che ha imboccato con un obiettivo, uno scopo preciso: possedere quel terreno.”


150 acri è il racconto di un matrimonio, burrascoso e tenace. Il racconto di un uomo testardo e di una donna che non si fa sottomettere. Di una terra, l’Alaska: difficile da domare, ma capace di far maturare un sogno di conquista. Un territorio che sta per diventare stato


“… e un territorio diventa uno Stato, una donna si sposa e diventa una moglie.”


Un racconto che, nonostante il suo portarci nell’intimo dei due protagonisti, in una sorta di “passaggio di palla” tra i pensieri dei due; sa essere epico e ricordarci le storie che parlano di grandi imprese coraggiose. Di scontri e incontri tra uomo e natura, di sangue e di violenza; ma anche di un amore che ha bisogno del suo tempo per diventare stampella, supporto, condivisione.


Una scrittura evocativa messa a servizio della natura, che sa diventare diretta nel farci entrare nell’animo di Lawrence a Marie. Sincera, tanto da non rendere “edulcorati” i suoi protagonisti, da lasciar loro ogni sfumatura e di farceli percepire, per questo, più veri. Il tutto accompagnato da dialoghi realistici, che non hanno paura di essere, a tratti, “minimalisti”, perché i personaggi di questo romanzo non possono che parlare così: con essenzialità, a tratti preferendo il silenzio.